Riflessioni

Lettera Don Vincenzo

Lettera a Don Vincenzo Premessa per il Lettore La questione fondamentale che separa ancor oggi la genuina fede fiduciosa in Cristo dalla fede Cattolica Romana riguarda l’autorità in ambito religioso. Da una parte sta chi crede all’autorità autorevole di Cristo Gesù, che si esprime nella Scrittura ispirata da Dio, in particolare del Nuovo Testamento. Dall’altra, in ambito cattolico, la Bibbia deve essere intesa alla luce della Tradizione ecclesiastica e del Magistero – posizione ribadita anche dal Concilio Vaticano II, il quale ha tuttavia restituito grande importanza alla Sacra Scrittura quale Parola di Dio. L’onestà intellettuale esige, pertanto, che quando l’insegnamento cattolico è in armonia col pensiero biblico ciò sia motivo di gioia spirituale per tutti. Ciò accade quando bravi biblisti esprimono concetti aderenti al dato biblico e confortati da comportamenti coerenti. Noi, semplici credenti quali siamo, non possiamo che rallegrarci di questo fatto, perché nella nostra ricerca scritturale ci muove non lo spirito del pregiudizio, ma quello dell’amore per la verità del Signore. Il Don Vincenzo qui menzionato non è, come potrebbe sembrare, personaggio di fantasia, come il manzoniano Don Abbondio o il guareschiano Don Camillo; è invece persona reale e concreta, un prete che esercita il suo ministero in una cittadina che potrebbe essere Fagagna o Palazzolo Acreide, Spinetta Marengo o Capaccio, Budrio di Correggio o vattelappesca… il luogo dove egli vive e opera non ha importanza. Infatti si ritiene che quanto è capitato a lui, e ha sollecitato la lettera che qui segue, possa accadere, e sia forse già accaduto, a diversi preti italiani. Sbaglio? Può darsi. Sta di fatto che il comportamento di Don Vincenzo – di cui non si sono accorti, ovviamente, i grandi mezzi di comunicazione – non poteva non attrarre l’attenzione di chi pone mente a parole e a fatti coraggiosi, per trarne qualche modesta proposta che potrà forse essere utile a quelle due o tre persone che, tenendosi lontane dall’opinione massificata, ma volendo star vicine al Signore, costituiscono per questo la vera maggioranza. Ciò sia detto senza molte illusioni e, anzi, nella piena consapevolezza dell’attualità della profezia giovannea: la luce continua a splendere nelle tenebre, ma le tenebre continuano a rifiutarla (Giovanni 1,5). Bugia, malevolenza, ipocrisia e pregiudizio sembrano vincerla su verità, benignità, onestà e serietà. Ma è proprio così? Caro Don Vincenzo, tempo fa, quando per l’ennesima volta alcuni fedeli sono venuti in chiesa a prendere l’eucaristia, tu hai reagito energicamente e li hai mandati via. E l’hai fatto in pubblico! Nelle cittadine, come è noto, si sa tutto di tutti e tu, che per varie ragioni sei bene informato, ben conoscevi quelle pecore che ti stavano davanti durante la messa. Alcune di loro si erano sposate più volte; la prima volta proprio davanti a te, e le successive civilmente; altre pecore, dopo il primo matrimonio, si erano “accompagnate”, come si dice; altre erano giovani uomini che amoreggiavano con donne maritate e giovani donne che avevano rovinato più di una famiglia. Non molto tempo fa, la prima volta che si erano presentati a ricevere l’eucaristia, tu te ne eri meravigliato e, pur negandogliela, avevi poi cercato con pazienza e cura pastorale di parlare con ognuno di loro, consigliandoli per il loro bene spirituale morale, affinché smettessero le loro relazioni di fornicazione e adulterio. Ma non sei stato ascoltato. Tempo dopo, quando si sono ripresentati, tu sei intervenuto di nuovo, con preoccupazione crescente, affinché cessassero dal loro peccato e cambiassero vita prima di accostarsi al “corpo di Gesù”. Quella volta il risultato fu non solo che le tue parole andarono disattese, ma le pecore cominciarono a prenderti in forte antipatia, anzi a nutrire astio e malevolenza nei tuoi confronti. Avevi il coraggio di dire e fare cose scomode, impopolari, scorrette, e perciò cominciarono a odiarti. Uno di loro, un tale con cui avevi parlato per telefono e che, nonostante tutto, avevi cercato ancora di persuadere, arrivò al punto di registrare e trascrivere a tua insaputa la telefonata. E con quel documento in mano cercò di metterti in cattiva luce presso il vescovo, il quale però, per fortuna, si dimostrò persona intelligente. Tu avresti potuto denunciare quel tale, ma rinunciasti. A questo punto, però, ti convincesti che le pecore che tu cercavi di convertire erano in realtà capri riottosi a farsi convincere dai tuoi consigli saggi. E fu proprio per questo che, quando per l’ennesima volta vennero a prendere l’eucaristia, tu avesti il coraggio di cacciarli fuori della chiesa, usando con loro un linguaggio da invettiva simile a quello adottato da Giovanni Battista quando vide gli ipocriti farisei venire a farsi battezzare da lui: “Razza di vipere, chi vi ha detto che scamperete dall’ira imminente? Fate dunque dei frutti degni della conversione” e non crediate di giustificarvi da voi stessi (Matteo 3,8)! Dopo la sfuriata, ti sentisti poco bene. Non hai più un’età giovanile, e devi badare agli sbalzi di pressione. Non prendesti bene neppure le raccomandazioni del tuo vescovo, che ti consigliò prudenza! discrezione! E ti congedò con un paterno mi raccomando! Dice bene, lui. Ma non ci sta mica lui in prima linea quando i capri vengono e pretendono di partecipare al sacramento mentre si trovano in evidenti condizioni di peccato. Caro Don Vincenzo, non so se ciò potrà rincuorarti, ma sappi che nella tua battaglia tu hai il sostegno incondizionato di quanti cercano e trovano consiglio nella parola che è verace, coraggiosa, mai ipocrita e religiosamente scorretta, perché è la parola di Dio. Le insidie che minacciano l’amore coniugale e il matrimonio sono oggi numerose e frequenti. Si pensi all’adulterio, al divorzio, alle unioni libere, al “diritto alla prova” quando c’è intenzione di sposarsi… queste situazioni sono sempre più largamente diffuse nella pratica e giudicate con favore da larghi strati dell’opinione pubblica. Ma ciò non cambia la verità dei valori né la forza dei princìpi, riportati da Cristo alla loro purezza e pienezza originaria (Matteo 5,27 ss.; 19,1 ss.). Adulterio e divorzio contraddicono, sia pure in misura diversa, il senso dell’amore coniugale e l’impegno assunto dagli sposi col matrimonio. Entrambi ledono la giustizia, venendo meno alla fedeltà; offendono e feriscono il patto che unisce marito e moglie; si ripercuotono negativamente sul coniuge innocente, sui figli, sull’intera società. In particolare, il divorzio pretende sciogliere un vincolo che per sua natura – secondo il sapiente progetto creazionale di Dio (Genesi 2,24) – è definitivo. Il divorzio attribuisce all’autorità umana un potere che essa non ha: l’uomo non può sciogliere ciò che Dio ha unito (Matteo 19,6); inoltre, per la facile e sbrigativa soluzione che offre a una convivenza entrata in crisi, il divorzio diventa fatalmente una vera piaga sociale. Il disordine morale del divorzio sta nel distruggere colpevolmente il matrimonio e nell’usare la libertà ottenuta per accedere a nuove nozze civili; in questo senso il divorziato si pone in una condizione di adulterio pubblico e permanente. Si può ricorrere al divorzio perché è l’unico modo per risolvere un conflitto insanabile, ma senza intenzione di risposarsi; in tal caso non vi è colpa morale. Tanto meno deve ritenersi colpevole il coniuge che si vede ingiustamente abbandonato, ma rimane fedele agli impegni assunti col matrimonio. Le unioni libere instaurano l’intimità sessuale senza il vincolo giuridico e pubblico del matrimonio. Qualunque sia la ragione che ne è all’origine e la stabilità che ne consegue, tali unioni implicano un grave disordine morale perché si vive in un contesto pseudo matrimoniale un amore che coniugale propriamente non è: esso diventa tale solo quando unisce le persone in una comune decisione per la vita espressa nelle debite forme sociali e religiose: per nessuno il matrimonio è un affare solamente privato; per i cristiani, inoltre, è un segno che ricorda l’unità di Cristo con la sua sposa, la sua comunità. Anche a prescindere qui da altre considerazioni, l’amore coniugale ha bisogno di questa componente giuridica e pubblica: è un riconoscimento dei suoi valori e una tutela delle sue esigenze, come pure un sostegno nell’adempimento delle sue responsabilità. Questa riflessione aiuta anche a comprendere meglio quanto di pretestuoso e di distorto ci sia nel cosiddetto “diritto alla prova”: il proposito o l’intenzione di sposarsi non trasforma i fidanzati in coniugi. Certo, l’amore che unisce i fidanzati è già di tipo sponsale e perciò li sospinge verso il matrimonio: e questo, anche per le implicanze affettive che comporta, distingue sul piano psicologico i rapporti prematrimoniali da altre esperienze sessuali e sul piano etico può diventare un condizionamento della libertà e quindi un’attenuante della responsabilità (che in genere si affievolisce dopo “la prova”...). Resta il fatto che il matrimonio è costituito non dal desiderio o dal proposito, ma solo dal mutuo consenso. Ed è questa la ragione per cui l’unione carnale è moralmente legittima solo quando tra l’uomo e la donna si sia instaurata una comunità di vita definitiva. Senza dimenticare altri aspetti ambigui o negativi (capriccio, illusione, inganno...), va detto chiaramente che in ogni caso i rapporti sessuali prematrimoniali non costituiscono affatto una garanzia per il futuro: l’esperienza quotidiana dimostra con amara evidenza il fallimento di tante giovani coppie, che pure avevano provato tutto. L’amore umano non ammette la prova. Esige il dono totale e definitivo delle persone tra loro. Nella confusione attuale, che tanto disorientamento provoca anche in molti cristiani, la norma dell’Evangelo costituisce un autorevole punto di riferimento per formare la coscienza personale e per impostare l’azione di cura spirituale, a cominciare dall’insegnamento su tali cose. Caro Don Vincenzo, penso di poter dire che la tua azione e reazione si è mossa secondo i princìpi ora esposti, che qui mi sono permesso di citare liberamente da un testo a te noto . Quei princìpi sono basati su brani biblici, esprimono il consiglio divino in merito a queste problematiche, e perciò possono essere accolti anche da chi non è cattolico, ma discepola o discepolo di Cristo. Tuttavia, i tuoi problemi e motivi di malessere non sono finiti. Vita e scelte dei credenti sarebbero belle, semplici, genuine se s’ispirassero al consiglio di Gesù. Sarebbe bello se i credenti, consigliati con zelo e cura amorevole, o rimproverati con santa energia, come appunto hai fatto tu, ascoltassero, si vergognassero, si convertissero. Invece, che cosa è accaduto? Sono accaduti due fatti, uno più increscioso dell’altro, uno triste conseguenza dell’altro. Il primo e più importante è stata la conclusione, non proprio inattesa, del recente sinodo sulla famiglia. Non starò qui a citarlo, perché per sintetizzarlo basta la parola detta e ripetuta da papa Francesco in varie occasioni: “Bisogna integrare... integrare...”, mentre con le braccia mima il gesto di abbracciare tutte le coppie – anche quelle che, come si è letto sopra, sono in una condizione di adulterio pubblico e permanente? Le coppie in difficoltà, dice ancora Francesco, vanno seguite, accompagnate, aiutate a comprendere, coinvolte nell’opera parrocchiale... ma è chiaro che la parola d’ordine resta “integrare”. Anche tu hai capito bene, caro Don Vincenzo. Il Vaticano ti ha spiazzato e, di fatto, ti ha messo fuori gioco. Hai capito di colpo che ora non contano più molto i princìpi, né la parola dell’Evangelo, né il dettato del Catechismo, ma conta l’integrazione. E l’integrazione, si sa, mira al risultato, punta al numero. Il secondo triste fatto, originato dal primo, è che i capri ai quali tu avevi dedicato prima la tua cura e il tuo amore verace, e poi anche il tuo serio rimprovero, quei capri ora sono ridiventati pecore. Come? Decidendo semplicemente di cambiare parrocchia. Oggi frequentano l’altra chiesa della tua cittadina (quella più moderna per architettura...), bene accolti da un tuo collega che, lesto e malevolo, ha avuto meno scrupoli di te. Ha ignorato Evangelo e Catechismo, ha saputo sfruttare a suo vantaggio le tue difficoltà morali coi capri, e ne ha fatto sue pecore. Oggi i capri/pecore frequentano la sua chiesa, partecipano, vengono coinvolti nelle opere di carità, parlano e scherzano col tuo collega, lo invitano a cena, presenziano ai convegni della chiesa, sono invitati in parrocchie nuove, mettono al servizio altrui i loro talenti buoni... insomma, hanno iniziato il loro cammino di integrazione. Non ti chiedo se, a tuo parere, la “Theologia Moralis secundum Doctrinam S. Alfonsi De Ligorio Doctoris Ecclesiae” sia proprio così ampia da includere e giustificare la condotta del tuo collega. L’Evangelo di sicuro la esclude e la condanna. Caro Don Vincenzo, comprendo bene, e anzi condivido, il tuo stato d’animo. Da un lato, tanto per alleggerire un po’ l’umore, vorrei cantarti con Renato Carosone “pigliete ’na pastiglia, sient’ammé”. Dall’altro, invece, voglio dirti grazie e bravo. Hai combattuto la battaglia con onestà. Sono con te perché, rispetto a queste problematiche, hai lottato “secondo le regole” (greco: nomínos = in modo legittimo, 2 Timoteo 2,5). Se gli uomini ti sono ingrati, c’è chi saprà valutare e riconoscere la tua opera. I tuoi avversari, al contrario, non hanno seguito le regole – né quelle dell’Evangelo né quelle del Catechismo. I capri/pecore hanno inseguito le loro voglie personali. Il tuo collega è stato mellifluo e falso, ha profittato delle difficoltà poste dalla tua onesta azione morale spirituale e ha rubato anime – non a te, beninteso, ma a Cristo. I tuoi capi hanno attenuato, e di molto, le loro stesse decisioni teologiche catechistiche – le norme evangeliche sono rimaste sullo sfondo... A tutti loro parrà forse d’aver vinto la battaglia. Ma hanno già perduto la guerra, perché non stanno col Signore. Non saranno da lui “coronati” (2 Timoteo 2,5), perché praticano una giustizia tutta loro e perché cercano il conforto del numero e il consenso degli uomini: “questo” è il premio che ottengono (Matteo 6,1.5). Don Vincenzo, ti sei scontrato con capri/pecore, presbiteri, vescovi che hanno fatto carte false e insegnato cose perverse pur di attirare discepoli “dietro a sé”, invece che dietro a Cristo (Atti 20,30). La presenza di capri/pecore, cioè di “pericolosi fratelli falsi” (2 Corinzi 11,26), è trasversale. Maldicenti, calunniatori, malevoli, invidiosi, insieme ad adùlteri e fornicatori, sono presenti in ogni comunità. Tu hai agito bene cercando di correggerli e consigliarli, e anche cacciandoli fuori (è amore anche questo) per la loro caprina tesdardaggine. Ma la parola di Dio consente un ulteriore punto di vista. Negli evangeli Gesù parla molto spesso in termini di “regno di Dio”. Secondo una nota parabola, il “regno” è simile alla rete che, gettata in mare, ha raccolto ogni sorta di pesci; quando è piena, i pescatori la tirano a riva; poi si siedono, raccolgono il buono in vasi e gettano via quel che “non vale nulla”. Analogamente avverrà al giorno del giudizio (Matteo 13,47 ss.). Se i capri/pecore si comportano come se il giudizio non aspettasse né riguardasse anche loro, se anzi si affaticano a fare le vittime per cercare e trovare qui e oggi alleati che accolgano e avvalorino ciò che “non vale nulla”, ebbene: “Che te ne importa? Tu segui Cristo!” Proprio così dice Gesù a Pietro, pentito ma forse troppo incuriosito dal destino altrui (Giovanni 21,22). “Tu segui me!” – dice Gesù a lui, e anche a noi. Occorre dunque, oggi più che mai, tornare a Gesù, seguire Lui soltanto, con coraggio e fede fiduciosa, radicata in lui e nella forza dell’Evangelo (Romani 1,14 + 10,17). La soluzione al problema della fornicazione e dell’adulterio non sta nella cura palliativa della misericordiosa integrazione, bensì nella biblica conversione, cioè nel cambiamento di mentalità e di vita, come scrive chiaramente l’apostolo ispirato da Dio: Alcuni di voi, Corinzi, eravate fornicatori, ... adulteri... ma siete stati “lavati” [immersi in Cristo mediante il “segno” del battesimo biblico], ma siete stati “santificati” [dedicati a Dio in Cristo], ma siete stati “giustificati” [resi giusti per suo dono] nel nome del Signore Gesù Cristo, e mediante lo Spirito dell’Iddio nostro (1 Corinzi 6,9 s.). La prossima volta che càpito dalle tue parti vengo a stringere la mano a uno che non è un ipocrita. Rara avis. Cordialmente, Roberto Tondelli

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