Riflessioni

ERMANNO OLMI

Ermanno Olmi: “un uomo così non muore” Nel secondo dopoguerra la società e mentalità contadina venne fagocitata dalla società e mentalità urbana... ciò produsse un cambiamento antropologico profondo, con perdita di valori antichi sostituiti da immoralità, amoralità e vuoto Ermanno Olmi, classe 1931, regista, sceneggiatore e scrittore, è morto qualche giorno fa. Tra i suoi capolavori si ricordano i film “L’albero degli zoccoli” (1978) e “Torneranno i prati” (2014). La sua narrazione cinematografica è verista, come quella letteraria dei siciliani Capuana e Verga. La cosa non sorprenda. Olmi diceva che un contadino bergamasco e uno cinese parlano la stessa lingua; come pure, si può aggiungere, un contadino siciliano. Olmi ha mostrato come nel secondo dopoguerra la società e mentalità contadina venne fagocitata dalla società e mentalità urbana, e come ciò fu causa di un cambiamento antropologico profondo, con perdita di valori antichi, rurali, sostituiti dalla immoralità, dalla amoralità e dal vuoto attuali. Tuttavia, in una conversazione con Federico Pontiggia, Olmi disse che, nonostante gli enormi cambiamenti avvenuti nella società, la realtà rappresentata ne L’albero degli zoccoli aveva una sua attualità. Oggi infatti torna l’interesse per “lo slow food e il diritto al cibo, perché tra tutte le civiltà vissute, comprese quella industriale, tecnologica ed elettronica [e digitale, si può aggiungere], l’unica che sopravvive, l’unica che è punto di riferimento per il futuro è la civiltà rurale” (MicroMega, 09/2014; traggo da qui anche le citazioni successive). Nel panorama culturale italiano, caratterizzato in genere da ateismo o agnosticismo, Olmi era un credente, un credente a suo modo. Quando lo chiamavano “maestro” diceva che preferiva piuttosto essere discepolo, per poter continuare a porre domande, proprio come fanno i bambini coi loro “perché”. Olmi ben conosceva l’insegnamento di Gesù che dice ai discepoli: i religiosi amano essere chiamati maestri “ma voi non vi fate chiamare maestri, poiché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli. Inoltre non chiamate alcuno sulla terra padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che sta in cielo” (Matteo 23,7 ss.). La maestria riconosciuta ad Olmi era certo quella cinematografica, non quella religiosa, ma egli aderiva comunque al grande criterio pratico voluto dal Cristo. Tutt’intorno ci sono davvero molti “maestri”. Pochissimi quelli che, come fanciulli, pensano e pongono domande. Nel film Centochiodi (2007) Olmi riscopre il paradigma del Vangelo. Cristo è un rabbino, un intellettuale che insegna la Torà (legge di Mosè). Egli “si ribella e dice no a una Chiesa di mercanti per una Chiesa di fedeli. Predica l’unione della Chiesa del popolo e la Chiesa di Dio, che distruggerà in quanto tempio, ma edificherà in ciascuno di noi: la Chiesa deve essere ogni uomo, quindi non ci sono istituzioni che valgono più della Chiesa, quella che ciascuno si porta dentro sé”. Riscoprire il modello dell’Evangelo di Cristo è ottima cosa. Qui la chiesa è concretamente costituita dal “popolo di Dio acquistato [da Dio]” affinché i discepoli “annuncino le grandezze di colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua mirabile luce” (1 Pietro 2,9 s.). Questo popolo, riscattato dal male grazie al sacrificio unico e insostituibile di Cristo è la comunità di discepoli istituita da Dio. Altre istituzioni – politiche, ecclesiastiche, sociali, incluso lo stesso Vaticano – hanno natura diversa e nessuna di esse vale “più della Chiesa”, come ricorda Olmi. Il discepolo fedele al Maestro porta questa chiesa “dentro di sé” perché, scrive Paolo apostolo, ognuno è “il tempio dello Spirito Santo” (1 Corinzi 6, 19). Di qui la nuova etica in Cristo che deve/dovrebbe caratterizzare la vita intera del credente e che deve/dovrebbe informare anche la vita della chiesa-popolo di Dio. Olmi ricorda che nel film “Il villaggio di cartone (2011) c’è un prete in crisi, perché quando gli smontano il tempio teme di aver perso la sua funzione umana. Ma non è così: quando arrivano gli sbandati, capisce che c’è qualcosa di più importante di una predica alle panche vuote (...). Questo ha causato polemiche, ma lo dice anche il papa: via gli orpelli, i paramenti, via la liturgia celebrativa, andiamo direttamente a incontrare i fedeli di un’altra religione nel villaggio di cartone”. A commento delle parole di Olmi, si può dire che questa rivoluzione attuata dal papa sembra piuttosto incerta sia nella sua concreta attuazione sia nei suoi esiti. Da più parti si chiede un ritorno autentico ai criteri dell’Evangelo di Cristo, a quella semplicità e povertà che ispirò la vita di un grande estimatore della Bibbia, Francesco di Assisi. Certo, si tratta di semplicità e povertà operante per amore, cioè senza pubblicità, come insegna Gesù: non si deve fare il bene per essere ammirati dagli uomini (Matteo 6,1 ss.; o per ottenere per legge l’8 per mille?). Alcuni credenti, con semplicità e umiltà, si sono già messi sulla strada del serio apprezzamento pratico dell’Evangelo. In una società come quella attuale la luce di Cristo risplende – sia pure, talvolta, come lucignolo fumigante (Matteo 12,20)? ***** Nell’opera di Ermanno Olmi, artisticamente impeccabile, la chiesa cattolica e il suo insegnamento, almeno nella sua espressione rurale, hanno un ruolo centrale. Occorre dire, tuttavia, che dietro tale espressione contadina della chiesa vi è pur sempre il potere dei papi. Il cattolicesimo romano, come lo si conosce oggi, si è venuto formando e consolidando dal Concilio di Trento (1545-1563, con varie interruzioni) in qua. Al di là di apparenze e di lievi o forti diversità da papa a papa, la chiesa cattolica attuale è quella che si è costituita a Trento. Se alle circa sedici generazioni di contadini (e a tutti gli altri) vissute fra il XVI e il XXI secolo fosse stato insegnato l’Evangelo di Cristo, facendo sì che ogni generazione acquisisse familiarità pratica col Nuovo Testamento, evitando quindi tradizioni ecclesiastiche umane, incomprensibili litanie e rosari, molto probabilmente la civiltà rurale, giustamente elogiata da Olmi, sarebbe stata capace di disporre lasciti morali spirituali molto più consistenti a favore della società moderna; forse lo stesso Olmi non avrebbe avuto ragione di affermare ciò che, con seria critica, disse in un’intervista rilasciata a Gad Lerner: “Il fallimento economico è un dato grave. Il fallimento morale è una tragedia. Noi siamo falliti moralmente”. L’accusa/confessione è onesta e non da poco. Si può osservare che, venti secoli prima, Paolo apostolo, ispirato da Cristo, scrive nella Lettera ai Romani esattamente la stessa cosa. Anche Paolo addita la stessa realtà del fallimento morale (amartìa) di tutti gli uomini (Romani 1-3). Per far fronte in modo energico e risolutivo a un tale fallimento, l’apostolo propone proprio Cristo e il suo Evangelo “per la salvezza” (Romani 1,16 + 16,25 ss.). Dalla situazione morale fallimentare attuale, alcune considerazioni scaturiscono. Chi per secoli ha trascurato l’Evangelo per proporre e promuovere in sua vece tradizioni ecclesiastiche umane, litanie e rosari, non porta forse almeno la grave corresponsabilità del fallimento morale presente? Teologi e sacerdoti ripetono oggi che l’azione di Dio si dispiega nella Storia, lasciando intendere che la presenza continuativa della chiesa cattolica nella Storia è segno di divina approvazione. La chiesa ortodossa o quella copta potrebbero dire altrettanto. Il fattore tempo è ininfluente ai fini della fedeltà a Dio. Pietro, citando Isaia, scrive che la Parola del Signore, e solo essa, è continuativa, perché “permane in eterno” (1 Pietro 1,25). In realtà la chiesa cattolica ha lasciato per secoli intere generazioni nella semitotale ignoranza dell’Evangelo, e la situazione odierna non sembra granché mutata. Oggi la chiesa cattolica afferma che Lutero era nel giusto nel suo desiderio di voler tornare alla Scrittura. Ma ciò vuol dire ammettere di aver perduto cinque secoli prima di iniziare un timido, lentissimo ritorno alle Scritture. Intanto la chiesa continua a proporre le stesse tradizioni ecclesiastiche, le stesse litanie e rosari, e gli stessi dogmi (ignoti alla Scrittura) che fondano quelle tradizioni e litanie, mentre si accarezzano gli animi con bonarie esortazioni vagamente tratte dal Vangelo. Torna dunque la domanda: chi è in sostanza corresponsabile dell’attuale continuo stato di fallimento morale spirituale? Dopo le recenti rivoluzioni – quella dolce del “papa buono”, quella diplomatica di Montini, quella forte di Wojtyla, quella evangelica di Bergoglio – la chiesa cattolica, che pubblicizza le sue opere sociali invitando alle donazioni, anche per far dimenticare scandali recenti e antichi, può realmente candidarsi ad autorevole autorità morale? ***** Di Olmi è stato detto “un uomo così non muore”. Lo stesso disse Jacopo Fo, ateo dichiarato, durante il saluto al padre, Dario, anch’egli ateo. È interessante come sia nel caso di un credente sia nel caso di un ateo si esprima lo stesso forte desiderio di non-morte. Desiderio in sé buono, che mostra la brama di vita che da sempre muove l’essere umano. L’opera, le azioni, le parole di quell’uomo vorremmo tenerle con noi, farle vivere ancora con noi, traendo da esse insegnamenti positivi che ci aiutino nell’aspro cammino della vita. Qui occorre dire che l’Evangelo è ben più realistico dei nostri desideri. Si muore. E quando si muore si muore per davvero. L’essere umano è morituro e mortale. E infatti muore. La morte sempre sorprende. Sempre inattesa, anche quando ce la si aspetta. Giunge troppo presto, anche quando se ne conosce la sentenza. Gesù stesso morì per davvero. Se la morte sorprende in modo negativo, l’Evangelo di Cristo, nella sua semplicità e purezza, è anch’esso molto sorprendente, ma in modo positivo. La notizia buona evangelica dice infatti che alla continuità ineluttabile della morte c’è una e una sola soluzione. Eccola: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che dormono” (1 Corinzi 15,20). Cristo solo è “primizia”. Tutti gli altri, senza eccezione alcuna, “dormono”. Dorme (santa) Maria, dorme (santa) Rita, dorme (san) Pio, dorme (san) Giovanni XXIII, dorme (san) Francesco, dorme (sant’) Ignazio di Loyola... Il cimitero è koimētḗrion, luogo di riposo, dormitorio. Eppure la gente è invitata ed esortata a messe, preghiere, offerte – qui la rivoluzione non è arrivata. La vera rivoluzione è quella profetica e ironica di Isaia: “Un popolo si rivolgerà ai morti a pro dei vivi?” (8,19). La vera rivoluzione può attuarla solo Gesù che insegna: “... quello che chiederete al Padre, egli ve lo darà nel nome mio” (Giovanni 16,23). L’unico che veglia, l’unico che non dorme, che è il Vivente perché risuscitato, è “Cristo, la primizia” (1 Corinzi 15,23). È notevole che due volte, nello stesso contesto, lo Spirito santo ribadisce che Cristo è la “primizia”. Su questo fondamento vitale unico si può cominciare a costruire, esaminando con cura umile le Scritture per vedere come stanno le cose (Atti 17,11), per “intendere bene quale sia la volontà del Signore” risorto (Efesini 5,17), per imparare “a vivere e a credere in Cristo”. Chi fa così segue il Maestro della vita, che insegna, aiuta, incoraggia sulla strada della vita. Per i discepoli che seguono l’etica di Cristo la morte non esiste (Giovanni 11,26). Ma l’etica di Cristo è radicata sul principio d’inversione, per cui “gli ultimi saranno i primi”. Il che, oltre a far emergere contraddizioni, riconduce alla civiltà rurale. © Riproduzione riservata Roberto Tondelli – 05 2018

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