Riflessioni

ALTRA STORIA

L’altra Storia Gli imperi scriveranno la Storia del mondo col sangue della povera gente. La Storia secondo Dio è diversa. Pieter Bruegel il Vecchio, La torre di Babele (1525-1569) È noto che i primi capitoli della Scrittura – caratterizzati, anche, dal racconto poetico su “Adamo ed Eva” – sono impegnativi, ma generosi di insegnamenti. Vi si trova un antichissimo racconto che così recita: Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra (Genesi, 11). Si tratta di una scena finemente descritta, in cui la torre di Babele diventa forte espressione simbolica della superpotenza politica e religiosa mesopotamica (solo mesopotamica?). L’archeologia ci ha restituito alcune di queste strutture, dette ziqqurat, sorta di piattaforme cultuali sovrapposte, diffuse in tutta la Mesopotamia come pure sull’altopiano iranico e nelle regioni del Turkmenistan. Si tratta di strutture a strati di mattoni in argilla mischiata con paglia, anche rinforzati con canne, e quindi essiccati al sole. La quasi totalità dei resti delle ziqqurat è praticamente erosa e quindi è difficile immaginarne la forma, l’aspetto, e anche la funzione. È probabile, tuttavia, che l’utilizzo della maggior parte di queste strutture fosse solo esterno, con una rampa di scale che conduceva alla loro cima. Lo storico rumeno delle religioni Mircea Eliade chiarisce il significato simbolico e religioso della loro conformazione: “Il termine sumerico per indicare Ziqqurat è U-Nir (monte)”, inteso come “visibile a grande distanza”. La ziqqurat era propriamente un “monte cosmico”, cioè un’immagine simbolica del Cosmo; i suoi sette piani rappresentavano i sette cieli planetari o avevano i colori del mondo” (Trattato di storia delle religioni, 1976). Così, con questo forte simbolo della superpotenza politico-religiosa mesopotamica (e non solo mesopotamica) gli uomini esprimono l’ambizione a soggiogare tutta la terra alla forma di governo centralizzato più forte possibile. È l’inizio dell’imperialismo. Il quale, certo, si manifesterà nei grandi imperi mesopotamici (Assiria, Babilonia), ma caratterizzerà, purtroppo, tutte le vicende umane e l’intero sviluppo della Storia nel corso dei millenni, fino all’epoca attuale – basta ripensare ai moderni imperi, da Napoleone fino ai giorni nostri. La conoscenza non epidermica della Scrittura scioglie come neve al sole le mille sciocchezze che si dicono, e si scrivono, riguardo a Dio, e attribuisce valore nullo alle tante azioni che si fanno “in nome di Dio”, ma in effetti senza la sua autorizzazione, anzi contro di lui. La concezione del “Dio con noi”, che cioè proteggerebbe questa o quella iniziativa imperialistica, questa o quella superpotenza, non è solo priva di fondamento, ma è proprio contraria a Dio. Si ricordi il triste motto Gott mit uns (Dio con noi) costato 50 milioni di morti solo in Europa nella Seconda Guerra Mondiale. In realtà, già in tempi ancestrali, Dio aveva attestato la sua decisa opposizione all’imperialismo, ma gli uomini hanno errato e perseverato nell’errore. Dio è contrario all’egemonismo e lo punisce con la atomizzazione che non è solo etnica, politica e culturale, ma presenta risvolti negativi anche nella estrema difficoltà della collaborazione internazionale, come ci accorgiamo tutti i giorni, stando alle notizie dei telegiornali. Quando Gesù presenta il reame di Dio con immagini delicate come quella della pecorella perduta, del figlio ritrovato, dei pescatori o del seminatore, lo fa proprio per togliere dalla mente dei suoi ascoltatori (e anche nostra) ogni concezione religioso-imperialistica. Al tempo suo, l’impero dominante era Roma. Nella Palestina ebraica, attraversata com’era da fermenti insurrezionalisti, sarebbe stato facile per Gesù essere frainteso solo menzionando l’espressione “regno di Dio”, che poteva esser presa come invito alla ribellione aperta e armata contro Roma. Gesù sa bene che il Padre suo è contrario ad ogni forma di egemonismo. Gli imperi scriveranno la Storia di questo mondo col sangue della povera gente. Ma la Storia secondo Dio è ben diversa. Ecco perché Gesù insegna un reame morale-spirituale che è “dentro” i suoi discepoli. In questo regno, ben diverso, “colui che è mite” otterrà l’eredità dal Signore. Questo regno, al contrario di tutti i regni, “non è di questo mondo”. Questo reame divino è fatto di “giustizia, pace e gioia nello Spirito di Dio” – questa espressione non è meramente retorica. Felice chi accoglie il regno di Dio, esaminando con cura che cosa siano davvero questa giustizia, questa pace e questa gioia nella potenza dolce di Dio. Un’ultima notazione. Stando al Signore, gli uomini si sarebbero dovuti disperdere su tutta la faccia della terra. Insomma, tutti emigranti? © Riproduzione riservata Roberto Tondelli (Libertà Sicilia, 06 2019) Piccola bibliografia: G. Ravasi, Antico Testamento. Introduzione, 1993. A. Chouraqui, La vita quotidiana degli uomini della Bibbia, 1988. J. A. Soggin, Introduzione all’Antico Testamento, 1974.

Vedi allegato

Torna alle riflessioni